Cambiare rotta. È dei giovani.

Una società complessa e progredita rende quasi privilegi impossibili le esigenze più semplici. I giovani lo sanno bene e il Sinodo dei vescovi impegna ora le Chiese a farsi loro voce. Con Alessandra Smerilli propongo una terza riflessione su Avvenire.

 

Precarietà, ingiustizie, squilibri

La Chiesa di fa voce dei giovani

 

Il Sinodo dei vescovi, nella sua preparazione remota e nei giorni dell’assemblea di ottobre, ha tentato di ascoltare i desideri, le paure, le speranze, le difficoltà dei giovani, idealmente di tutti i giovani. Il tema delle scelte ha molto a che fare con le difficoltà che i contesti attuali presentano, nelle diverse parti del mondo. Al numero 91 del documento finale si legge, infatti: “Il tema delle scelte si pone con particolare forza e a diversi livelli, soprattutto di fronte a itinerari di vita sempre meno lineari, caratterizzati da grande precarietà”. Verrebbe da dire che anche in Italia incertezza e noncuranza, accompagnate da miopia nelle decisioni politiche e istituzionali, sono ciò che la società offre ai giovani. Non è raro che qualcuno di loro, durante incontri personali, sfoghi la sua rabbia e impotenza verso un contesto economico e sociale che rema contro.

Milena, 25 anni, durante un ritiro confida con le lacrime agli occhi di volersi sposare e avere un figlio, ma che al solo pensiero si sente come se si stesse per lanciare nel vuoto: lei insegnante e precaria, il fidanzato con un’attività in proprio, che ha alti e bassi. La sua paura è per il bambino che potrebbe venire al mondo: con quale coraggio avventurarsi in questa responsabilità? Solo la concretezza della fiducia in Dio e dell’amore col fidanzato appaiono essere di sostegno. È vero: esistono nel mondo contesti di guerra e di povertà in cui paradossalmente metter su casa, dare alla luce dei figli, conservare la fede sembra spaventare molto di meno e costituire una sorta di resistenza “naturale” nella propria umanità. Il Sinodo, come esperienza di Chiesa universale, ha certamente reso ascoltabile la testimonianza di giovani che scelgono l’amore e la vita anche dove tutto li minaccia. E tuttavia non ci si può nascondere che nei contesti economicamente più sviluppati i tempi e le esigenze di una collettività schiacciata su un capitalismo impazzito sembrano rubare a una generazione i propri sogni o, meglio, la possibilità sensata di realizzarli. Una società complessa e progredita rende quasi privilegi impossibili le esigenze più semplici, pena il suo stesso invecchiamento e la diffusione di rassegnazione e conflitti.

Quello che Milena e tanti altri giovani lamentano è il dover lottare per trovare un posticino in una società ripiegata su se stessa, che sembra poter fare a meno di loro e non comprende che invece proprio grazie all’aiuto, alla creatività, e all’entusiasmo dei giovani potrebbe avere uno slancio e rialzare così la testa. Purtroppo la ribellione dei giovani sta cedendo il posto all’indifferenza verso chi sembra non lasciare loro alcuno spazio.

I padri sinodali, ma anche i giovani partecipanti all’assemblea, con grande trasporto hanno impegnato la Chiesa al coraggio della denuncia: “La Chiesa si impegna nella promozione di una vita sociale, economica e politica nel segno della giustizia, della solidarietà e della pace, come anche i giovani chiedono con forza. Questo richiede il coraggio di farsi voce di chi non ha voce presso i leader mondiali, denunciando corruzione, guerre, commercio di armi, narcotraffico e sfruttamento delle risorse naturali e invitando alla conversione coloro che ne sono responsabili” (151). Chi può difendere i giovani in Italia oggi, se non comincia almeno la Chiesa a farlo? Saranno loro a pagare le spese di un’economia che non è alleata della terra e dell’ambiente. Sono le prime vittime di un sistema economico legale, ma ingiusto, che vede allargarsi la forbice delle disuguaglianze. In Italia oggi l’incidenza della povertà assoluta è più alta tra i giovani fino a 34 anni che tra gli anziani: è la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale e secondo l’ultimo rapporto della Caritas un povero su due è giovane.

Certo, loro hanno imparato anche a difendersi da soli e stanno mostrando, rispetto a noi adulti, maggior coraggio nel denunciare. È il caso, per esempio, di Greta Thunmberg, quindicenne svedese che ha apostrofato come bambini immaturi i partecipanti alla Cop 24, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, svoltasi in Polonia nel mese di dicembre 2018: Greta, nella sua semplicità, ma anche con grande chiarezza di visione, ha redarguito i grandi del mondo, spiegando loro che i combustibili fossili vanno lasciati sotto terra: “Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, e state rubando loro il futuro!”. Era consapevole, però, del fatto che non l’avrebbero ascoltata: “Non sono venuta qui – ha sostenuto – per invitarvi a prendervi cura del nostro futuro. Non lo avete fatto e non lo farete”. Voleva solo ricordare a tutti che i cambiamenti climatici sono una realtà. Greta ha le idee molto chiare. E ugualmente lineari, semplici, piene di futuro, erano le idee dei ragazzi che hanno partecipato, a fine ottobre, alla conferenza “Prophetic Economy”, organizzata in Italia da una serie di associazioni e movimenti. In quell’occasione, i giovanissimi erano sul palco insieme a grandi economisti – come Jeffrey Sachs – e climatologi: non solo ascoltatori, ma partecipanti attivi pieni di idee e di visione. Tanto che Carlo Petrini, inventore di slow food, nell’ultimo giorno di quella conferenza ha commentato un vecchio proverbio: “Se i giovani sapessero e se gli anziani potessero!”. Alla luce di quanto visto e osservato proponeva di rovesciare l’adagio in questo modo: “Se i giovani potessero e se gli anziani sapessero!”. Come a dire: c’è una così chiara visione, nei giovani, di come possiamo salvare il Pianeta, che se loro avessero i mezzi per farlo e se i grandi comprendessero, dando loro spazio, forse davvero potremmo invertire la rotta.

Il Sinodo 2018 pare averlo compreso, quando nel documento finale afferma: “I giovani spronano la Chiesa a essere profetica in questo campo, con le parole ma soprattutto attraverso scelte che mostrino che un’economia amica della persona e dell’ambiente è possibile”(154). E per dare risposta al Sinodo, le comunità cristiane potrebbero, o meglio possono, iniziare da una verifica sui propri consumi, per evitare che acquistare a basso costo significhi sfruttamento del lavoro e della terra; sulle rendicontazioni e sulla trasparenza: quello che amministriamo non è nostro, ma dei poveri e va gestito con diligenza. Così come sui propri investimenti: possiamo dormire sonni tranquilli, se i nostri soldi sono investiti per finanziare chi produce e commercializza illegalmente armi o mine anti-uomo? O chi fa business nel settore dell’azzardo? O imprese e Stati che non rispettano l’ambiente? Avrebbe un’energia senza precedenti il messaggio evangelico, se tutti iniziassimo a fare investimenti sostenibili e responsabili. Investimenti puliti. Alcune diocesi si sono inoltrate in questo cammino con coraggio, ma la strada è ancora lunga. “I sistemi si cambiano anche mostrando che è possibile un modo diverso di vivere la dimensione economica e finanziaria”: così si esprime il documento finale (154). Quando in passato la Chiesa con i suoi carismi ha vissuto in modo profetico la dimensione economica, tutta l’umanità ha fatto passi in avanti: l’umano è diventato più umano. Ne sono di esempio le prime forme di rendicontazione contabile, nate nelle abbazie benedettine dall’esigenza di dar conto a Dio della sua provvidenza; i monti di pietà francescani che inventarono la finanza come strumento di aiuto ai poveri; il primo contratto di lavoro per i giovani messo a punto da Don Bosco; l’economia di comunione immaginata da Chiara Lubich, e tanti altri.

Molti giovani – cattolici e non – hanno una sensibilità su questi temi e li riconoscono fondamentali. Essi, giustamente, non ci ritengono credibili se in un convegno parliamo di povertà e contemporaneamente le nostre strutture e le nostre abitudini dimostrano poca attenzione al rispetto dell’ambiente. Perché la rottura del rapporto col creato genera nuove povertà: “Tutto è connesso” ci insegna papa Francesco nella Laudato si’. Non è possibile accompagnare seriamente i giovani se non ci lasciamo scomodare da queste urgenze, di cui è intriso il loro futuro.

 

Alessandra Smerilli, Sergio Massironi

 

 

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