Preti e diaconi insieme

L’impatto è con un’esperienza non abbastanza lontana da appassionare, né così vicina da incuriosire: s’inizia a leggere senza troppe aspettative. Eppure, il sapore “anni Sessanta” del piccolo volume di Luca Garbinetto (Preti e diaconi insieme, EDB 2018) conquista rapidamente anche chi pensa di sapere già abbastanza della stagione conciliare, con i suoi esperimenti teologici e pastorali di cui soltanto i rivoli sono giunti fino a noi. Come noto, infatti, anche in Italia alla primavera ecclesiale del Vaticano II sono seguiti un raffreddamento dello slancio e la critica alla creatività di quegli anni. Senza un vero esercizio di discernimento – Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (1Ts 5, 19-21) – prevale così la tendenza a chiudere nel vintage una miriade di fenomeni di qualità diversa. Ma ecco che la vicenda apparentemente marginale della Pia Società San Gaetano – piccola congregazione formata da preti e diaconi che condividono i voti religiosi e la responsabilità di parrocchie – può intervenire a sorprenderci. Cinquant’anni di storia portano idee e interrogativi che la distanza dalle luci della ribalta e il distacco del potere rendono più netti. “Per una nuova immagine di ministri nella Chiesa”, recita il sottotitolo.

 

“Il sorriso di Giuseppe prevede già la fatidica domanda finale della signora: «Ma allora, perché non ti sei fatto prete e ti sei fermato a diacono?». Eccoci qua, il problema è posto”. Il 22 gennaio 1969, a Vicenza, venivano ordinati i primi sette diaconi permanenti italiani, dopo il ripristino di questo ministero voluto dal Concilio Vaticano II. Con un tratto particolare: erano tutti religiosi, della neonata Pia Società San Gaetano. Il fondatore, don Ottorino Zanon, cresciuto nel seminario diocesano e ordinato prete nel mezzo della seconda guerra mondiale, si dovette misurare col potentissimo vescovo Carlo Zinato, figura di spicco del panorama ecclesiale, ma forte oppositore al ripristino del diaconato, di cui non percepiva la necessità in una Chiesa locale sovrabbondante di preti. Ebbe a soffrire molto don Zanon per veder realizzarsi la sua intuizione profetica: affiancare una nuova figura di ministro ordinato ai sacerdoti impegnati nella pastorale ordinaria. Gli pareva un’urgenza veder scaturire la cura dei fedeli da una vita di condivisione fraterna, in cui il prete stesso riconfigurasse la propria identità nel rapporto con altri ministeri. Il suo non era un esercizio astratto di ecclesiologia: gli premeva articolare in modo più ricco la vicinanza della Chiesa ai battezzati, immersi in contesti di lavoro e di cultura secolarizzati. “La sua attenzione agli ultimi – scrive Garbinetto – è iniziata partendo dai ragazzi orfani e abbandonati, senza fare al riguardo teorie sociologiche, politiche o teologiche. Questa prima esperienza ha fatto nascere in lui l’intuizione di un progetto pastorale missionario col binomio prete-diacono, ben presto fuso carismaticamente insieme con la missione dei laici (amici e collaboratori). Si può certamente dire che don Ottorino abbia proiettato all’esterno quanto il Signore aveva posto nel suo cuore e nelle sue caratteristiche anche umane: uno spirito diaconale che lo ha guidato a rispondere alle necessità dei più bisognosi, sentendo una forte “ansia” di portare Gesù alle anime specialmente se più lontane ed emarginate, avendo una visione integrale per ogni persona, secondo il piano di Dio”.

 

Ne è venuta una spiritualità, per la piccola congregazione che da questo carisma è sorta, “fortemente ancorata ai valori della gente semplice, con cui si è poi chiamati a vivere e a esercitare il proprio ministero”. Ecco perché, pur investendo sulla formazione alla preghiera e alla teologia “è sempre stata riservata una certa cura nel proporre, nel corso della formazione religiosa, diverse esperienze dentro il mondo del lavoro, compresa la pratica manuale”. Si fa lentamente più chiara la ragione del sorriso di Giuseppe, fermatosi a esser diacono. La scommessa di don Zanon – o forse del Concilio – non fu “il diacono in sé, ma la reciprocità tra preti e diaconi. Si tratta di vedere concretizzarsi un cambio di prospettiva, che pensa il ministero ordinato e la comunità cristiana a partire dalle relazioni, in primis, tra i suoi pastori e ministri, per poi avere una ricaduta positiva nell’intreccio complesso di tutti i rapporti che ne costituiscono la quotidiana struttura”. Il «corpo» ministeriale prevale così sul singolo individuo – come nel Nuovo Testamento – e soprattutto la Chiesa assume una connotazione familiare. “Le lettere pastorali la chiamano «casa» (1Tm 3,15) proprio laddove la corretta vita familiare è indicata come requisito necessario al ministero diaconale, anzi l’una diventa criterio di discernimento dell’altro. S’instaura così un’analogia tra la vita familiare-matrimoniale e la dimensione ecclesiale, che avrebbe tanto da dire al ministero delle nostre comunità”. Di familiarità, allora, vive la conduzione da parte di prete e diacono della pastorale, in uno scambio di doni secondo l’accento non solo caratteriale, ma ministeriale di ciascuno. “Nessun ministero ecclesiale, infatti, compie l’intera mediazione di Cristo che si esprime in molteplici diaconie”.

 

In tal senso, il servizio del diacono accentuerà in modo considerevole la dimensione della carità e l’opzione preferenziale per i poveri, “non in maniera esclusiva e settoriale, ma come prospettiva di fondo. Anche le diaconie della Parola e della liturgia vengono così caratterizzate da una particolare attenzione alla realtà e alle problematiche sociali, da una costante attenzione a far dialogare l’annuncio del vangelo e il nutrimento sacramentale con i bisogni di senso, di pane e di vita che gridano nella carne della gente”. Specie nei quartieri popolari – i membri della congregazione servono preferibilmente le Chiese giovani come missionari, ad esempio nelle periferie di Rio de Janeiro, Buenos Aires e Ciudad de Guatemala – ciò comporta una costante sollecitazione dell’intera comunità parrocchiale a vivere con sensibilità nuova la vicinanza ai problemi popolari, mettendo al centro la dimensione del reciproco servizio e facendo maturare l’unione tra fede e vita. “Il diacono è ministro «senza potere»: non acquisisce, in virtù della grazia sacramentale, funzioni e compiti esclusivamente a lui riservati. Tale realtà ha generato non poche perplessità nel riconoscerne la sacramentalità nella Chiesa, ma a noi sembra esprimere la più significativa bellezza di un ministero rivoluzionario per la comunità cristiana e anche civile”. Il diacono vive in sé, ancora più manifestamente, “il paradosso di ogni ministro ordinato e di ogni cristiano: è consacrato da Dio per essere ultimo. Un’elezione tutta particolare, evidentissima per lui, che riceve l’autorità (il potere) di servire e di educare a servire!”. Tanta lucidità, cinquant’anni dopo, se induce a verificare lo stato complessivo del diaconato permanente, più ancora spinge a lasciar entrare in parrocchia lo Spirito, così che la pastorale ordinaria si liberi dalla tendenza a diventare burocratica e ripetitiva.

 

Sergio Massironi,

L’Osservatore Romano, 5 luglio 2018

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