La piccola città

“Ti guardo”, dice la Morte alla Moda. A scrivere è il Giacomo Leopardi delle Operette Morali. “Non mi riconosci? […] Io sono la Moda, tua sorella”. Città delle passerelle e dell’intraprendenza, metropoli dinamica e in profonda evoluzione, Milano non è nuova al confronto con la morte: non stupisce che Carla De Bernardi e Lalla Fumagalli, curatrici de La piccola città. Il Monumentale di Milano (Jaca Book, 2017), aprano il volume con questo singolare dialogo.

Il sindaco Giuseppe Sala, nella sua dedica, afferma che “Il Monumentale è il poema epico di Milano: è l’espressione della volontà di affrontare l’evento supremo in modo da non cancellare ma esaltare il talento, la voglia di fare e la generosità dei tanti che hanno reso grande la città”. Chissà che cosa ne penserebbe Leopardi di un simile approccio, tutto ambrosiano, alle grandi sfide. “Mia sorella?” chiede stupita la Morte. E la Moda: “Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?”. Il poeta, effettivamente, non era milanese. Non lo è, però, nemmeno papa Francesco, che in Duomo lo scorso marzo ha dimostrato di cogliere profondamente lo spirito della città: “Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Non temere le sfide. Ed è bene che ci siano, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva”. Ebbene, si può trattare così anche la morte?

In realtà, quello del cimitero è un tema che, travalicando il capoluogo lombardo, con la modernità si è posto in modo nuovo. La questione si presenta solo superficialmente come igienica o tecnica, perché immediatamente smuove il livello antropologico e sfida il discorso teologico. In Francia all’inizio del Seicento e poi in Inghilterra, quindi in tutta Europa e in America, iniziarono a diffondersi gravi denunce dell’insalubrità delle sepolture in chiesa e nello spazio circostante. Era il 1756 quando Voltaire, nel Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni, si scagliò violentemente contro un’usanza “retaggio di barbarie che fa vergogna all’umanità”. A Parigi nel 1763 furono costruiti otto cimiteri fuori dalle mura cittadine, ma la vera rivoluzione avvenne solo con Napoleone Bonaparte, fondatore di un “nuovo culto dei morti” le cui regole si estero ai territori occupati. In quell’atmosfera culturale e politica, il Cimitero Monumentale di Milano nacque ufficialmente solo il 2 novembre 1866: se n’è da poco celebrato il centocinquantesimo anniversario e l’elegante volume tenta un bilancio della sua riscoperta. S’inserisce, così, in una nuova coscienza che Milano sta guadagnando di sé, in quello che il cardinale Scola ha descritto come un “risorgimento” della metropoli, capace di ridestarne l’umanesimo laborioso.

Nel libro la voce di numerosi esperti riesce progressivamente a comporre, da tanti dettagli, il ritratto coerente di uno spazio “monumentale”, appunto, quindi solenne, diverso e che funziona in rapporto alla città al modo di uno specchio. Sembra paradossale, ma, come scrive Marco Vitale: “È qui e solo qui che si può capire veramente la Milano del nostro tempo. È qui e solo qui che si può cogliere la grandezza della Milano moderna e quante e quali persone hanno contribuito a crearla”. E ancora: “Alessandro Manzoni e Carlo Cattaneo insieme e vicini: è come la battuta iniziale di una sinfonia di Beethoven, dalla quale si smuoverà poi tutto il canto sulla città”. Incalza il sindaco: “Le sepolture sono la viva espressione della vita e dell’ingegno di chi vi riposa: visitarle è una conversazione con la storia e con i valori della nostra civitas di milanesi”. Se, infatti, come spiegano le curatrici, nel Nord Europa le tombe furono inserite, come elementi del paesaggio, “in ambienti bucolici, tra fiori e piante, vialetti e cespugli, grotte e panchine, a creare dei «rural cemeteries» e la visione romantica della morte influenzò poeti, scrittori, artisti e musicisti”, un cimitero di pietra più eloquentemente sintetizza il valore dell’essere “città”. Meno Eden e più Gerusalemme, seppur all’interno di vasti parchi alberati, i moderni cimiteri di Francia e Italia appaiono caratterizzati da grandi edificazioni, importanti monumenti, sculture pregiate, cappelle elaborate, che raccontano un’ideale di convivenza: laico, forse, come la città senza tempio intravista dall’apostolo (Ap 21,22).

Confessa l’architetto Vittorio Gregotti, ricordano le sue visite al Monumentale, una grande ammirazione risvegliata dalla lettura del volume “per il neoromanico lombardo-veneto e la sua capacità di concepire «uno stile ideale», anche al di là delle competizioni interne tra i suoi protagonisti”. Così, “il cimitero dell’architetto Carlo Maciachini offre, nella nobile storicità del suo stile, la solennità necessaria all’idea della scomparsa umana che deve essere onorata al di là di ogni convincimento religioso”. Sì, perché nel cimitero moderno di una metropoli, prima che in altri luoghi, appare la possibilità di accostare mondovisioni che, pur distinguendo culture, opzioni, appartenenze diverse, almeno la morte riporta a un’unità elementare, prioritaria. Tutti la terra accomuna, senza cancellare il contributo dato da ciascuno. Il libro documenta, ad esempio, la nascita del primo tempio crematorio, simbolo di un’istanza in aperta rottura con la tradizione, ma anche come Maciachini “aveva fin da subito previsto due piccoli cimiteri con ingressi privati, uno per gli acattolici e uno per gli israeliti”, cosicché “quel regno silenzioso era destinato a tutti i milanesi”. Abbiamo, in nuce, ciò che più consapevolmente ogni città contemporanea è chiamata a essere, per sfuggire al doppio rischio dell’anonimato o del conflitto permanenti, ugualmente mortali. Anche in tal senso, è risuonato nel contesto giusto lo sprone di Francesco, quando ha indicato ai milanesi: “La Tradizione ecclesiale ha una grande esperienza di come “gestire” il molteplice all’interno della sua storia e della sua vita. Abbiamo visto e vediamo di tutto: abbiamo visto e vediamo molte ricchezze e molti orrori ed errori. E qui abbiamo una buona chiave che ci aiuta a leggere il mondo contemporaneo […] aiutandoci a discernere gli eccessi di uniformità o di relativismo: due tendenze che cercano di cancellare l’unità delle differenze, l’interdipendenza”.

Andare al cimitero, allora, può diventare una scuola di vita e di cittadinanza. “Tra i suoi viali – si legge nel libro – ci si sente parte di una grandezza che attraversa il tempo, che cerca un senso non consolatorio, ma ostinatamente costruttivo”. E davvero “valorizzare il Monumentale è valorizzare Milano, svelando esso i tanti aspetti meravigliosi e poco conosciuti della sua storia”. Questo volume ha il pregio di nascere da ore di cammino tra i marmi, ma proprio così invita il lettore a uscire a sua volta, a riprendere il proprio pellegrinaggio. Utilmente, ad esso si affianca una vera guida, curata dalle stesse autrici: Il Monumentale di Milano. Un museo a cielo aperto, Milano, Jaca Book, 2017. Nei primi giorni di novembre, forse, una visita alla “piccola città” costituirà un’immersione nella storia che stimola la ripresa stupita e determinata del proprio compito.

 

Sergio Massironi, L’Osservatore Romano, 1 novembre 2017, pag. 5

Un pensiero su “La piccola città

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...