La realtà è più importante dell’idea

Per guarire un cieco basta molto meno. Ce ne danno prova i Vangeli sinottici – Marco, Matteo e Luca – dove, in presenza di Gesù, un grido, una richiesta di aiuto, una semplice disposizione di fede restituiscono alla luce. Per narrare eventi di questo genere non servono ordinariamente che poche righe. Il di più è indicibile: ciò che stupisce e salva si manifesta in pochi istanti, incidendosi nella memoria e iniziando in essa un segreto lavoro.

vedereA San Giovanni sembra non bastare più: vuole evidentemente aiutare le comunità che pregheranno sul suo vangelo ad andare in profondità. Tutta la complessità e le tensioni della vita entrano nel testo, perché il cristiano vi si possa specchiare. Gli studiosi della Scrittura, oggi, sono in grado di mostrare come nella filigrana del quarto vangelo si possano riconoscere esperienze, problemi e interrogativi che dovevano essere vivi nella Chiesa del primo secolo. Interessante per noi il criterio: posso riscrivere fedelmente la vicenda di Gesù, così come circostanze nuove mi consentono di comprenderla. Ciò che accade, i problemi con cui ci si trova alle prese, realtà con le quali per la prima volta si ha a che fare, danno a Dio di poter esser conosciuto come mai in precedenza.

Così abbiamo a che fare con un cieco che, pagando di persona per quel che testimonia, vede sempre più chiaro in ciò che gli è accaduto. Ecco che il miracolo non può più essere contenuto in poche righe: all’illuminazione degli occhi segue un venire alla luce che ha tutte le caratteristiche di un parto. Gestazione, doglie, nascita… questo il vero miracolo, di cui il maestro Nicodemo di notte aveva chiesto a Gesù: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Gv 3,4). E Gesù, a sua volta, appare grazie a Giovanni non anzitutto un guaritore cui basta una sola parola per sanare – così gli altri Vangeli riconoscono in lui il Creatore che “parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal 33,9) – ma quel Signore che, circondato e quasi soffocato da domande, giudizi, opinioni, pericoli, opera  – “sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco” (Gv 9,6) – e chiede di operare – “Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva” (9,7) – per poi ritirarsi dalla scena, creando lo spazio della prova e della ricerca, che scalderà gli animi e svelerà la libertà o la schiavitù di molti cuori. Questo, per San Giovanni, è il profilo del Figlio di Dio fatto carne: egli abita la complessità e nella complessità si fa trovare. Illumina l’opacità della vita e feconda la sterilità di tante discussioni e fatiche che potrebbero esserci risparmiate, ma che conviene mettere in conto, abbandonando l’utopia di un mondo diverso da quello in cui il Signore stesso ha voluto vivere e tanto amare.

Papa Francesco offre nella Evangelii Gaudium – per la riforma della Chiesa e per il rinnovamento di tutta la vita sociale – un criterio che perfettamente traduce questo messaggio giovanneo. “La realtà è più importante dell’idea” (EG 231-233): “La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma”.

 

Torniamo al Vangelo: fin dalle prime battute, a farla da padrone sono le idee. I discepoli, ad esempio, non vedono il cieco come cieco, non sono scossi dalla sua realtà, ma portano a Gesù una questione di interpretazione. “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (9,2): è il pregiudizio, affermare per sentito dire, sposare un’opinione diffusa, prendere posizione in un dibattito e utilizzare alcuni fatti per sostenere la propria visione. A Gesù è chiesto da che parte sta, su quale opinione si impegna, a quale scuola fa riferimento. Il cieco dalla nascita resta ai margini: che sia nel peccato è presupposto. Sembra voler replicare Gesù: “Scusate, ma il punto è che davanti a noi c’è questo cieco. Di lui sappiamo due sole cose, determinanti: è cieco dalla nascita; in lui Dio manifesterà le sue opere” (cfr. 9, 3). Al pregiudizio è opposta la realtà: via tutto ciò che non si sa, luce su ciò che è certo. E – questo sì che è Vangelo! – certi sono, ugualmente, i nostri problemi insoluti e la volontà divina di manifestarsi. Dio – annuncia Gesù – si rivela solo nella realtà così com’è. Il più grande errore è considerare una qualsiasi situazione inadatta a ospitarlo; anzi: tanto più controversa, maledetta, marginalizzante è una circostanza, tanto più gli umani disdegnano di operarvi o ritengono non ci sia nulla da fare, quanto più Dio sarà Dio. In una parola: per Gesù Dio è più reale della realtà. Ma per vederlo all’opera, la realtà va presa di petto, non piegata al sentito dire.

Dopo il pregiudizio, Giovanni dà spazio alle chiacchiere: un secondo modo di annegare la verità nelle parole. “I vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!»” (9, 8-9). Farsi opinionisti per strada: un’arte diffusa. Basta qualche flash e ciò che conta è partecipare, dire la propria. Importa più l’aver qualcosa da dire, guadagnare credito e attenzione, esistere affermando, piuttosto che ospitare un fatto, capire che cosa sia accaduto. Alla chiacchiera resiste solo la semplicità: il cieco racconta, mette a disposizione dei fatti, così come sono andati, senza alcuna pretesa di tirare le conclusioni. Fedeltà a ciò che si è visto, senza aggiunte, senza troppe opinioni.

Poi compaiono i farisei, i maestri, quelli cui, ancora una volta, nulla importa della realtà: hanno un mondo di valori da sostenere con parole e decisioni, ritengono di dovere operare insegnando, esistono solo nel loro ruolo. Se c’è dissenso, anche tra loro, è perché chi insiste su una certezza e chi su un’altra, ma qui la verità è qualcosa di già posseduto: non sono dei fatti a poterla donare, non è il nuovo a dover dire qualcosa. Non ha diritto di esistere ciò che viola l’ordine immaginato; sono le convinzioni a limitare il campo del possibile. Tutto ciò che non è ammesso va conseguentemente rimosso, in prima istanza con una gogna intellettuale – “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?” (9,32) – poi sul piano del diritto – fuori dalla sinagoga – infine su quello fisico, almeno per Gesù, per Lazzaro, per molti martiri.

 

sporcarsi-le-mani“Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno” (9,4): in un mondo di realtà stravolte, possiamo operare. Con il Figlio di Dio, luce del mondo. Sporcandoci le mani, lavandoci alla sua fonte, accettando di essere tirati da una parte e dall’altra – fedeli a quanto ci è accaduto e a ciò che ci è di fronte – la fede crescerà e vedremo con sempre maggior coscienza le grandi opere di Dio. La grezza e sconveniente realtà “contiene” un Dio vicino, che salva e lentamente si presenta a chi ha un cuore onesto.

“L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. (…) Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. (…) La realtà è superiore all’idea. Questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica” (EG 232-233).

Non è il papa, ma il Vangelo a dircelo: l’intelligenza del cieco è messa in moto da quello che gli è accaduto e dalle prove che ha affrontato. Essa non piega, ma illumina la realtà: è capace di ciò che infinitamente la supera, è capace di Dio, a partire dalle umili realtà in cui quotidianamente è disposta a coinvolgersi. Niente di ciò che pure è in partenza disgrazia e sventura – nascere cieco, esser sulla bocca di tutti, venire trascinato in tribunale, trovarsi rinnegato dai genitori ed espulso dalla comunità civile – si è rivelato esclusivamente di ostacolo. Un incontro è avvenuto: “Quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui” (9,35-38).

 

don Sergio, IV domenica di Quaresima

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